Dalla Gialappa’s a Unfair Play, com’è cambiata l’ironia sul calcio coi social network


“Oggi la narrativa del pallone è retorica, nel lessico e nel contenuto”, ci ha detto Luca, il creatore della più frequentata pagina di satira sportiva. Ma negli ultimi anni è cambiato anche il pubblico

In principio fu la Gialappa’s Band. Dalla prima puntata di Mai dire Gol, nel 1990, mandarono in onda un lato del calcio che spettatori e tifosi ignoravano: in una sorta di parodia di 90esimo minuto, al posto dei gol scorrevano episodi grotteschi (lisci, errori grossolani, dribbling maledetti, rigori improponibili), al posto delle interviste strafalcioni di giocatori e allenatori, gaffe dei giornalisti, e al posto del volto da regime di Galeazzi i volti fuori di testa delle tv private; insomma tutto il bello (o il brutto) del pallone che il monopolio della Rai, con le sintesi asettiche e i post-partita da Prima Repubblica, fingeva di non vedere. E infatti si rideva con la Gialappa’s, anche e soprattutto perché nessuno immaginava che quel mondo potesse avere anche una faccia ridicola. E fu una rivoluzione, quindi, che trent’anni dopo si è spostata sui social network, con centinaia di pagine che hanno provato a raccogliere l’eredità del programma.

Spoiler: non ci sono riuscite. O, perlomeno, in pochissime hanno saputo settarsi su buoni livelli di, trovando una propria voce, evitando il copia-incolla e l’ironia facilona. Un nome su tutti, questo: Unfair Play, un sito – partito come account sul Twitter da 180 caratteri del 2014, e oggi con una pagina Facebook da 90mila like, un podcast, persino un libro appena uscito – che, come scrive Paolo Condò, semplicemente “fa ridere”. Perché? “Perché dove gli altri si limitano a una freddura superficiale, cerchiamo di andare a fondo: cerchiamo di fare satira sul calcio”, mi racconta Luca, uno dei fondatori di questo che definisce “un collettivo”. Ancora: “Come gruppo ci siamo formati nello staff di Spinoza.it, e credo ciò ci abbia aiutato a trovare un’identità”. Tant’è che anche nel loro La risposta è 442, raccolta di biografie umoristiche sui giocatori da poco pubblicata per Peoplepub e da cui è tratta la citazione di Condò, nonostante la differenza di formato – “è la prima volta che ci approcciamo al non-digitale” – l’umorismo della casa è intatto. Nel senso: “Oggi la narrativa del pallone è retorica, nel lessico e nel contenuto. Non c’è calciatore argentino che non abbia iniziato a nelle polverose strade del suo quartiere, non ce n’è uno nato in Jugoslavia che non sia cresciuto fra i bombardamenti. Noi cerchiamo di stare alle regole di questo storytelling per poi sottrarcene all’ultimo, ribaltandone la prospettiva quando non ci conti più”.

Da qui post con battute lapidarie, pagelloni-fake, schede biografiche fasulle, qualche meme tipo quello di Allegri che vince “di corto muso” su Pirlo, neanche troppo da insider. La veste è classica, il contenuto di solito scorretto, inaspettato, sabotativo. “La parola ci piace, scriviamo volentieri testi più lunghi della manciata di caratteri impostaci all’inizio. Non sempre con successo. Ma con le nostre battute comunque non risparmiamo nessuno”.

E quindi ecco un altro tema: da quando la Gialappa’s ha ceduto il testimone sono nate tante pagine, sì, alcune delle quali coi loro admin finiti anche in tv in una sorta di ricambio generazionale; ma è cambiato anche il pubblico, e se è vero che internet e i social hanno polarizzato le opinioni allora non neanche più così semplice fare ironia senza far arrabbiare qualcuno. O no? “Mi stupisco sempre di quanta gente sulla bio di Instagram abbia la squadra per cui tifa”, sorride Luca. “In Italia questo sport è sacro. Noi sdrammatizziamo. Grazie ai social siamo riusciti a scavarci una nicchia, di tifosi ironici e soprattutto autoironici. Ma le minacce arrivano. A volte mi pare che la gente, appena finita una partita, non voglia fare altro che sfogarsi in rete”. In questo senso, di tabù ne abbiamo? “Eccome. La morte, per esempio. Non si può scherzare sui defunti, mai. Quando è scomparso Maradona abbiamo scritto che era in Cielo per restituire la mano a Dio (il riferimento è alla famosa Mano de Dios, nda). Non penso fosse black-humor: era un omaggio alla nostra maniera, e stop. Ci hanno riempiti di insulti”.

E dire che di battute su cui arrabbiarsi ce ne sarebbero. Lo capisco dopo aver detto a Luca che l’aver spostato un monopolio di un programma tv sull’online, aprendolo a tutti secondo i più svariati formati, può aver rappresentato una grande opportunità, un veicolo di novità, per eventuali creator e per l’umorismo stesso del calcio. Lo trovo scettico, e in poco tempo lo capisco. “Semmai, noto un appiattimento generale. Dicevo della retorica: fra informazione e altro, il racconto del pallone va avanti per luoghi comuni, frasi fatte. Ma di riflesso non è che l’ironia sul tema sia cresciuta granché. Anzi”. Il riferimento viene da sé: tanti account – anche da milioni di like – sono andati (o vanno) avanti a lungo con un’ironia qualunquista, sessista, volgare. “È tutto il filone dell’ignoranza, del bomberismo. Ormai sono dieci anni che questa wave ha colonizzato le pagine umoristiche che vedi in rete. Finché ha rivalutato aspetti come la scarsa preparazione culturale dei calciatori, per i quali una volta venivano stigmatizzati, è un conto; quando poi si prende di mira solo l’aspetto delle loro fidanzate, un altro. Ma purtroppo è un sistema che si autoalimenta: basta che apri un sito di informazione sportiva in home hai le foto della modella di turno che tifa questa o quella squadra; o il pezzo sulla sportiva che sarà pure campionessa olimpica, ma bella & brava resta”.

Al di là di questo, però, con internet sono cambiati anche i protagonisti della battute. “La Gialappa’s faceva vedere i video degli errori nel campionato scozzese, per esempio, perché quei filmati li avevano solo loro. E aveva senso così. Oggi se uno sbaglia un rigore in maniera clamorosa dall’altra parte del mondo, quaranta minuti dopo è ovunque. L’attenzione si è spostata fuori dal campo. Per esempio fanno ridere gli opinionisti, i telecronisti, i giornalisti stessi. Fra chi si atteggia come guru, chi va proprio verso il culto di sé… c’è materiale”. Certo lo spartiacque – anche qui – è rappresentato dai social, così come per la definizione della nuova retorica e l’abbassamento della qualità. “Perché su Facebook bisogna sempre arrivare primi, è ovvio”, mi spiega. “Quindi o sei un genio (e di solito non lo sei), oppure digiti la prima cosa che ti passa per la testa. Che di solito è la stessa per tutti”.

La chiave, se c’è, allora è “svincolarsi dalla retorica e dalle frasi fatte, o assecondarle in tutto e per tutto”. da una parte, Unfair Play e le nuove pagine di meme spesso figlie spirituali di Serie /A/ memes, anche lei in cerca di un nuovo taglio per ridere di calcio ma lavorando sulle immagine, con una ricerca – anche semplicemente tecnica – e dei riferimenti non comuni. Dall’altra, le fidanzate, il bomberismo, lo sfottò semplicione. Pochi like, contro tantissimi. “E il bello è che ripetono sempre le stesse battute, eppure hanno successo”, conclude Luca. “Segno che i tifosi sui social cercano un umorismo prevedibile, che non stupisca e dia delle certezze”. Segno che il calcio è ancora una cosa troppo seria.




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