L’ascesa di Koo, il “Twitter indiano”, e il futuro dei social network


Nei giorni in cui il governo annuncia la perdita dell’immunità penale per il social network dell’uccellino azzurro, l’attenzione si sposta sulla sua rivale made in India.

Al cuore di molte tensioni tra il governo indiano e più importanti social network al mondo – ma soprattutto al centro dell’attenzione del mercato – c’è un piccolo uccellino giallo. Koo è una app di microblogging, lanciata un anno fa in India e oggi apprezzata non solo da governo e istituzioni nazionali (l’ultima a sbarcarvi è stata la Indian Olympics Association), ma anche dalla Nigeria, che ha bandito il suo competitor ufficiale, Twitter, e aperto le braccia al nuovo nato indiano.

La nascita di Koo

La piattaforma, che nasce nella Silicon Valley India, Bangalore, è stata lanciata in piena pandemia dagli imprenditori Aprameya Radhakrishna e Mayank Bidawataka, che volevano offrire un canale di comunicazione che usasse le lingue locali, esigenza “social” acuita dalla crisi in corso. L’app è però diventata di tendenza qualche tempo dopo, e proprio su Twitter: complice è stato l’endorsement, lo scorso febbraio, da parte di vari ministri di primo piano del governo guidato da Narendra Modi, i quali hanno twittato chiedendo ai loro follower di passare a Koo. Nelle stesse settimane, il governo pubblicava delle nuove linee guida ai sensi della Legge sull’IT 2021, che prevedevano che le società alla guida di un social network nominassero un responsabile dei reclami in quale, in caso di necessità, provvedesse alla rimozione dei post oggetto di reclamo entro pochi giorni dalla richiesta ufficiale. Elemento ancor più discusso, le aziende in base al nuovo quadro legale sono obbligate, in alcuni casi e su richiesta di un tribunale o del governo, a rintracciare l’autore di un particolare messaggio, aspetto che Twitter ha prontamente bollato come “attacco alla democrazia”.

Governo vs Twitter

Il governo, a sua volta, ha attaccato la compagnia, accusandola di volersi considerare superiore alle leggi del Paese: “Qualcuno, in India, ha persino parlato di colonialismo digitale. La critica che viene mossa in certi ambienti è chiara: stiamo diventando una colonia dei colossi tech che muovono il mondo dei social media?”, spiega Hrush Bhatt, cofondatore della piattaforma Cleartrip, una delle piattaforme di viaggio più usate nel paese. “Al tempo stesso, è indiscutibile il fatto che la normativa sia in continuo cambiamento e questo crei problemi a tutte le società del settore, comprese quelle indiane. Detto questo, Google ha dichiarato di non avere problemi a rispettare le nuove direttive indiane e sarà interessante capire come evolverà la situazione e cosa accadrà, a tutti gli effetti, con Twitter”.

Dato che le nuove leggi sono entrate in vigore a fine maggio e le società hanno avuto, secondo le autorità, sufficiente tempo per conformarsi, il governo indiano è infatti passato all’azione. Pochi giorni fa ha annunciato che Twitter non gode più di alcuna protezione legale rispetto alle sue responsabilità in merito ai contenuti pubblicati dagli utenti indiani. Che l’immunità penale perduta possa avere ricadute importanti lo si è capito quando, nonostante Twitter avesse ribadito il suo impegno a conformarsi alle nuove leggi, nelle ultime settimane (in un clima di crescenti tensioni tra social network e governo), la polizia indiana ha presentato diversi avvisi di garanzia contro l’azienda, alcuni suoi dipendenti e in due casi anche lo stesso Managing Director di Twitter India, Manish Maheshwari. Ad oggi, la società può essere quindi processati per i post non conformi alle leggi indiane pubblicati dai propri utenti.

L’ascesa di Koo

Facile capire perché, se da un lato gli investitori guardano con preoccupazione al rischio che Twitter venga bandito dal paese (come già avvenuto l’anno scorso con lo stop a 57 app cinesi, comprese TikTok e WeChat), altri si aspettano il decollo della sua versione made in India, che proprio a fine maggio annunciava di aver raccolto 30 milioni di dollari in un round di finanziamento guidato da Tiger Global Management. Inoltre, secondo diversi osservatori, a rischio sarebbe anche WhatsApp, che proprio a fine 2020 aveva lanciato la sua versione Payment nel subcontinente e che a fine maggio si sarebbe appellata all’Alta Corte di Delhi contro la tracciabilità chiesta dal governo, che violerebbe la crittografia end-to-end garantita ai propri clienti, oltre che il diritto costituzionale alla privacy dei cittadini indiani.

Questione di numeri

La questione è: proviamo a mettere da parte per un attimo la questione legale. L’ammontare di cambiamenti che i social network dovrebbero apportare alle loro piattaforme per riuscire ad assicurare questo cambio nella crittografia sarebbe enorme” spiega Bhatt. Eppure la partita resta combattuta e gli interessi, assicurano gli esperti, alti: secondo Statista la popolazione digitale del paese, a febbraio 2021, ammontava a 624 milioni utenti attivi – numeri che la seconda ondata pandemica, a leggere i dati preliminari delle sottoscrizioni dei nuovi utenti nei primi sei mesi dell’anno, sarebbero ulteriormente aumentati. Secondo un report AppsFlyer, poi, a guidare il download di app nel 2020 sarebbero per l’80% le cosiddette città Tier 2 e 3, ovvero le città considerate minori ma promettenti, rispetto alle grandi e celebri megalopoli. Secondo uno studio condotto dalla Internet & Mobile Association of India e Nielsen già nel 2019, quindi prima del grande esodo città-campagna causato dal lockdown nel 2020, gli utenti rurali ammontavano a 277 milioni, gli utenti cittadini 227 milioni. Ed è proprio sulle città minori e sui villaggi punta Koo, in grado di “cinguettare” (e condividere video) in lingue vernacolari come hindi, tamil, assamse o kannada: “Questo è sicuramente un vantaggio ed una scelta che oltre a garantire successo nelle aree rurali, potrebbe permette di colmare l’analfabetismo digitale”.

Quale modello di business?

Ma parlando di mercato e di medio-lungo termine, si chiede Bhatt, l’interesse nei confronti del mercato dei social media indiani dovrà dimostrare il suo valore: “Mentre Europa, Stati Uniti e Inghilterra sono le regioni globali delle ARPU [Average Revenue Per User, o entrate medie per utente], è risaputo che l’India sia la fabbrica mondiale di Dau [Daily Active Users, il numero di utenti unici che hanno utilizzato il prodotto o servizio in un determinato giorno]. Se vuoi avere degli alti numeri di Dau, lancia un prodotto in India e i numeri saliranno velocemente”. Questo detto, l’imprenditore ricorda che il 67% del paese guadagna meno di 20 rupie al giorno. “Gran parte dei ritorni sui social media sono legati alla pubblicità, e non c’è alcun senso nel vendere pubblicità ad un pubblico che non può permettersi i prodotti che stai pubblicizzando. Il grande tema, per il mondo delle app dei social network, sarà monetizzare con successo la loro presenza in India. Per questa ragione app come Koo, io credo, dovranno in India pensare ad un nuovo modello economico. Certo, è indubbio che i social network diventeranno presto prevalenti e in un Paese da 1,3 miliardi di persone, anche se sul breve termine la monetizzazione sarà complessa troveranno il modo di risolvere la questione. Politicamente, io credo che sopravvivranno le compagnie che sapranno aderire alle richieste del governo, pena l’esclusione dal mercato”.


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